Fibermaxxing: il trend delle fibre spiegato dalla scienza. Perché tutti parlano della regola delle 30 piante a settimana?

Fibermaxxing: il trend delle fibre spiegato dalla scienza. Perché tutti parlano della regola delle 30 piante a settimana?

Per anni il protagonista assoluto dei social dedicati all’alimentazione è stato uno solo: le proteine. Ogni ricetta sembrava dover essere “high protein”, ogni spuntino veniva valutato in base ai grammi di proteine contenuti e ogni nuova tendenza prometteva di aiutare a raggiungere più facilmente il proprio fabbisogno giornaliero. Sugli scaffali di tutti i supermercati è scattata la psicosi, fino ad arrivare alla comparsa anche dell’acqua proteica.

Negli ultimi mesi, però, qualcosa è cambiato.

Su TikTok, Instagram e YouTube abbiamo visto prendere sempre più piede un nuovo termine: fibermaxxing. Migliaia di creator mostrano come trasformare ogni pasto in una bomba di fibre aggiungendo semi, legumi, cereali integrali, verdure e frutta in quantità sempre maggiori. L’obiettivo? Nutrire il microbiota intestinale, migliorare la digestione, sentirsi più sazi e, secondo alcuni, persino avere più energia e una pelle migliore.

Come accade spesso quando un argomento scientifico diventa virale, il rischio è che un messaggio corretto venga semplificato fino a perdere il suo significato originale. Le fibre sono davvero così importanti? Dovremmo iniziare tutti a contare i grammi assunti ogni giorno? Oppure esiste un approccio più equilibrato e sostenibile?

La risposta arriva direttamente dalla ricerca sul microbioma intestinale e ruota attorno a un concetto molto diverso dal semplice “mangiare più fibre”: mangiare una maggiore varietà di alimenti vegetali.

Che cos’è il Fibermaxxing?

Il termine nasce dall’unione di due parole inglesi: fiber (fibra) e maxxing, un’espressione molto diffusa nella cultura online che indica il tentativo di massimizzare un determinato aspetto della propria salute o del proprio stile di vita.

Nel concreto, il fibermaxxing consiste nell’aumentare il più possibile l’apporto di fibre durante la giornata scegliendo alimenti naturalmente ricchi di questo nutriente. L’idea alla base è semplice: se le fibre fanno bene all’intestino, allora consumarne di più dovrebbe portare ancora più benefici.

Da qui sono nate colazioni con avena, semi di chia, frutta fresca e frutta secca, insalate arricchite con legumi e cereali integrali, smoothie con semi di lino macinati e perfino bevande preparate con integratori di fibre.

Il problema non è tanto il principio, quanto l’interpretazione estrema che spesso ne viene fatta sui social.

Ma perché le fibre sono così importanti?

Per capire perché questo trend abbia attirato così tanta attenzione bisogna fare un passo indietro.

Le fibre alimentari sono componenti degli alimenti vegetali che il nostro organismo non è in grado di digerire completamente. Per molti anni sono state considerate quasi uno “scarto” nutrizionale, utile soprattutto per favorire la regolarità intestinale.

Oggi sappiamo che il loro ruolo è molto più ampio.

Le fibre rappresentano infatti il nutrimento principale del microbiota intestinale, ovvero l’insieme di trilioni di batteri, virus e altri microrganismi che vivono naturalmente nel nostro intestino.

Quando questi microrganismi fermentano le fibre producono sostanze chiamate acidi grassi a catena corta, tra cui il butirrato, considerate fondamentali per mantenere in salute la mucosa intestinale e per modulare diversi processi metabolici e immunitari.

Negli ultimi anni numerosi studi hanno associato un’alimentazione ricca di fibre a un minor rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2 e alcune patologie dell’apparato digerente. Le fibre contribuiscono inoltre a rallentare l’assorbimento degli zuccheri, aumentano il senso di sazietà e aiutano il corretto transito intestinale.

Per questo motivo le linee guida della Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU) raccomandano un consumo quotidiano di circa 25 grammi di fibre, mentre altre organizzazioni internazionali suggeriscono valori compresi tra 25 e 35 grammi al giorno.

Quando il fibermaxxing diventa eccessivo

Il fatto che le fibre siano benefiche non significa però che “più è meglio”.

Molti contenuti pubblicati sui social mostrano persone che arrivano a consumare 70, 80 o persino 100 grammi di fibre al giorno, spesso ricorrendo a integratori o aggiungendo crusca, psillio e altri concentrati praticamente a ogni pasto.

Dal punto di vista scientifico non esistono prove che quantità così elevate offrano ulteriori benefici rispetto alle raccomandazioni attuali.

Al contrario, aumentare drasticamente le fibre senza dare il tempo all’intestino di adattarsi può provocare gonfiore, fermentazione eccessiva, meteorismo, dolori addominali e alterazioni della regolarità intestinale.

Anche l’acqua gioca un ruolo fondamentale. Le fibre assorbono grandi quantità di liquidi e, se l’idratazione non è adeguata, possono persino peggiorare la stitichezza anziché migliorarla.

In altre parole, il fibermaxxing funziona solo se interpretato come un invito a mangiare più vegetali e non come una gara a chi introduce più fibre possibili.

La vera rivoluzione si chiama biodiversità alimentare

Negli ultimi anni uno dei progetti scientifici che ha contribuito maggiormente alla divulgazione del ruolo del microbiota è ZOE, progetto fondato dal professor Tim Spector, epidemiologo del King’s College di Londra.

Analizzando i dati raccolti attraverso l’American Gut Project e altre ricerche internazionali, il team ha osservato una relazione estremamente interessante: ciò che accomunava le persone con un microbiota più ricco e diversificato non era tanto la quantità assoluta di fibre consumate, quanto la varietà degli alimenti vegetali presenti nella dieta.

Da qui nasce quella che oggi viene conosciuta come la regola delle 30 piante a settimana.

Le persone che consumavano almeno 30 alimenti vegetali differenti nell’arco di sette giorni mostravano generalmente un microbiota più diversificato rispetto a chi si fermava a 10 o meno.

Questo è un cambio di prospettiva importante.

Per molti anni ci siamo concentrati sul conteggio dei nutrienti. Oggi la ricerca suggerisce che anche la biodiversità del piatto merita attenzione.

La regola delle 30 piante: cosa significa davvero?

La prima reazione di molte persone è pensare che sia impossibile mangiare 30 tipi diversi di frutta e verdura ogni settimana. In realtà il conteggio comprende moltissimi alimenti.

Ogni legume rappresenta una pianta diversa. Lo stesso vale per ogni cereale integrale, per la frutta secca, per i semi oleosi, per le erbe aromatiche e persino per molte spezie.

Una semplice insalata preparata con lattuga, pomodori, cetrioli, ceci, semi di zucca, noci e basilico contiene già 7 piante differenti.

Un piatto di farro con zucchine, melanzane, peperoni, fagioli cannellini e prezzemolo ne aggiunge altre 6.

Senza rendersene conto, nell’arco di una settimana è molto più semplice raggiungere questo obiettivo di quanto sembri.

Come aumentare la biodiversità della propria alimentazione

Il modo migliore per applicare questa filosofia non è compilare una lista da spuntare, ma imparare a fare una spesa più varia.

Anziché acquistare sempre lo stesso cereale, possiamo alternare avena, farro, orzo, riso integrale, miglio e quinoa. Possiamo scegliere ogni settimana un legume diverso, provare nuove verdure di stagione e riscoprire ingredienti che finiscono raramente nel carrello, come cavolo nero, topinambur, cime di rapa o barbabietole.

Anche un semplice mix di semi da aggiungere allo yogurt o all’insalata contribuisce ad aumentare la biodiversità della dieta. Lo stesso vale per le spezie: curcuma, paprika, cumino, coriandolo, cardamomo e zenzero non servono soltanto a dare sapore ai piatti, ma arricchiscono anche la varietà degli alimenti vegetali consumati.

È un approccio che si sposa perfettamente con uno dei principi che da sempre promuoviamo e che sono il cuore di Alimentipedia: seguire la stagionalità, ruotare gli ingredienti e costruire pasti semplici ma ricchi di colori.

Fibermaxxing sì, ma senza dimenticare il piacere di mangiare

Come molte tendenze nate sui social, anche il fibermaxxing rischia di trasformare un consiglio utile in un’ossessione. Contare ogni grammo di fibra o cercare di raggiungere numeri sempre più alti non è ciò che suggerisce la ricerca scientifica.

L’obiettivo non è arrivare primi in una gara, ma costruire un’alimentazione il più possibile varia, ricca di alimenti vegetali, cereali integrali, legumi e frutta di stagione.

In fondo, la dieta mediterranea insegna questo da decenni (qui trovi l’ultimo aggiornamento della piramide alimentare).

Forse il vero trend del futuro non sarà il fibermaxxing, ma qualcosa di molto più semplice: riscoprire il piacere di mangiare tanti alimenti diversi, seguendo i ritmi della natura e della stagionalità.

Ed è probabilmente proprio questa la lezione più interessante che la scienza del microbioma ci sta insegnando.

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